giovedì 14 maggio 2015

Nonna Marietta


Mia nonna si chiamava Maria Domenica Tagliente, detta Marietta che uno s’immagina una vecchietta minuta minuta, invece lei era mastodontica col suo metro e ottanta e il quarantadue di piedi, tenuti dentro scarpe rigorosamente maschili.
Il tempo l’aveva incurvata e i suoi abbracci sembravano ancora più grandi per via delle braccia allungate dalla sua postura, che ogni volta che scrivo o leggo “un abbraccio grande” mi viene spontaneo il paragone.
Le sue mani, anch’esse enormi, riuscivano a produrre orecchiette da fare imbarazzare i migliori pastifici industriali.
Seduta alla sua postazione, preparato l’impasto a forma di cannone, sistemava il fazzoletto che di solito teneva annodato sotto il mento, a mo’ di bandana, come se si trasformasse in una piratessa, pronta a lanciare munizioni di pasta.
A me toccava sistemare le orecchiette in fila, uno di quei lavori socialmente inutili che assegnavano ai bambini per tenerli buoni.
Lei diceva il rosario e quando arrivava ai misteri gloriosi, gaudiosi o dolorosi (mi si perdoni se non li ricordo bene, è che spesso lei stessa li confondeva), ci chiedeva il giorno della settimana e in base a quello recitava il genere corrispondente.
Le litanie erano il pezzo forte, con quel fazzoletto a bandana, sembrava davvero una rapper a tirare giù tutti i santi, da Santa Maria Vergine delle Vergini a tutti quelli possibili e immaginabili. E noi in coro, a ritmo serrato, rispondevamo: “ORA PRO NOBIS!”
Intanto le orecchiette raggiungevano il chilo abbondante che la pasta fresca, si sa, non cresce e se ne deve calare sempre un po’ di più, e noi, famiglia di sei persone più nonna, avevamo un appetito robusto.
Nel pomeriggio, quando questo rituale prendeva inizio, bisognava anche fare i compiti e c’era sempre qualche coniugazione verbale da ripetere ad alta voce, al concludersi delle litanie, naturalmente. La nonna ci sentiva poco e quando si arrivava al passato remoto, succedeva che esclamasse: “Ih, Madonna meh du Carmine,‘u terremoto?!” (Ih, Madonna mia del Carmine, il terremoto?!”). Avevamo già passato quella brutta esperienza nel 1980, e lei era rimasta così scossa che era solita fissare i lampadari o fermarsi un istante, sorpresa dal tavolo spinto dai nostri calci, dati sottobanco all’ora di pranzo.
La mamma la ricordo sempre indaffarata tra le stoviglie e il bucato che stendeva puntualmente in ordine di grandezza, con le lenzuola sull’ultima corda, a coprire i fatti nostri, mutande e mutandoni (della nonna) inclusi. Era così affaccendata che nel pieno di una sindrome d’abbandono, andavo a nascondermi dietro qualche tenda o nell’anfratto tra l’armadio e la finestra della stanza da letto dei miei, dove era riposta la lucidatrice, insomma, in un luogo segreto perché qualcuno mi desse adenza (attenzione). Ricordo quelle lunghe attese durante le quali fantasticavo sulla disperazione della mamma alla ricerca della sua bambina, di un fratello che si domandasse che fine avessi fatto o della nonna che dicesse presto: “ e a piccenne?” (“e la bambina?”).
Niente di tutto questo, potevo restare lì un’ora di fila e, così, uscivo furiosa, arrabbiata, in lacrime, con mia madre che tirava uno scappellotto al primo che le capitava sotto tiro, convinta che uno dei miei fratelli mi avesse fatto piangere, ignara che fosse proprio lei il mio dramma, compresi i suoi figli e sua madre.
Tra fratelli, spesso, ci si azzuffava per questioni di proprietà, sul "mio", "tuo", "suo", facendo un’enorme fatica a pronunciare "nostro".
In quegli interminabili pomeriggi domestici tra bambole decapitate, quaderni presi in ostaggio con la minaccia di essere strappati se si veniva meno alle regole della santa fratellanza, pantofole che volavano, tutto doveva svolgersi nel soggiorno che la cucina era occupata dalle messe gastronomiche della nonna, le stanze da letto con i letti rifatti, neanche a parlarne! E il salone, che ancora fatico a nominare, era la stanza chiusa, sigillata, che si apriva solo per essere spolverata, gingillo dopo gingillo, cristallo dopo cristallo. Un altro lavoro socialmente inutile che toccava a me farlo, chissà, forse era anche un modo, un accordo per dire che in fondo esistevo anch’io? Un’altra occasione di apertura era quando alla nonna, durante la Quaresima, veniva in mente di farci celebrare la processione della Via Crucis in casa, con tutte le postazioni organizzate e noi quattro in fila, dietro di lei a intonare: “Santa Madre che voi fate che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore...” Non è poi così difficile, oggi, immaginare il motivo del mio ateismo. Comunque, temevo quella stanza, intorno alla quale ormai aleggiava una leggenda, si diceva che fosse posseduta dallo zio Mimino, mai conosciuto, mai trovato durante le mie ricerche sul nostro albero genealogico, sicuramente modello ulivo di Puglia. Si vociferava pure che tale parente immaginario fosse irascibile. Poi ci si chiede pure il perché le persone da grandi vadano in analisi, è da un po’ che ci penso, mi frena solo il fatto che vivendo in un altro paese, tra i misterunderstandings e i modi di dire delle differenti culture, magari va a finire che mi diagnosticano chissà quale delirio, per carità, lasciamo perdere.
La nonna, invece, appena mettevo la mano sulla maniglia della stanza innominata, se ne usciva fuori con la storia del Mamone, dell’Uomo Nero che immaginavo con i suoi tentacoli di ombra, afferrarmi i piedini mentre attraversavo il vano. Che spavento! Lo stesso che sentivo quando la nonna circolava di notte con la sua vestaglia azzurrina e i capelli liberati dalla crocchia, bianchi e lunghissimi. All’epoca in tv era famosa la serie animata dei morti viventi che s’intitolava "Bem il mostro umano" e mio fratello, il terzo prima di me, si era fissato che la nonna di notte si trasformasse in Bera, il personaggio femminile di questo trio terrificante. Considerata la sua statura, era abbastanza inquietante vederla rimboccare le coperte del letto a castello senza scomporsi.
Io l’aspettavo con le lenzuola già ben alzate fin sopra la testa, possibilmente. La sua ninna nanna la ricordo ancora, ci scuoteva afferrandoci da una spalla o da un arto che si trovava sotto mano, intonando un unico “Oooh” ipnotico che con il movimento del suo braccio faceva vibrare, come la nenia di un pastore nordafricano.
Mia nonna era contadina, aveva lavorato la terra, era una donna pratica lei, mica di quelle che ti leggono le storie, al massimo ti raccontava della Guerra, di come sua madre eroicamente riuscisse a sfamare la sua mole di figli, del cane Gaetano che seguiva il nonno Pietro, all’ombra della sua carrozza. Del primogenito, chiamato Umberto, che era un onore dare al proprio figlio il nome del Sovrano. Della zia Grazia, la bambina-balilla modello e di mia madre che chiamavano la signa (serpe) per via della sua magrezza e dei suoi occhi spiritati. Di Gesù e delle spine che gli avrei messo se mi fossi comportata male, della medaglietta miracolosa della Madonna di Lourdes che ancora conservo insieme al crocefisso di bronzo, con il volto e i piedi di Cristo consumati dai suoi baci.
C’era sempre un gran da fare a casa mia che i bambini sono anime vivaci, è difficile tenerli fermi ma non per mia nonna, lei era esperta a sedarci con la sua P’ddiche, una specie di Panfocaccia, così indigesto che dopo averlo mangiato, era necessario stendersi. Dopo l’ultimo boccone era facile ritrovarsi a pancia all’aria, a fissare il soffitto con gli occhi spalancati, sbadigliando in preda alla dispepsia. In quelle occasioni, quando mio padre smontava dal turno della mattina (così si diceva nel gergo operaio), dall’Italsider, e sentivamo la chiave infilarsi nella serratura, in pieno coma epatico, non riuscivamo neanche a salutarlo.
Lui entrava e diceva:
“Melì?” (Melina, Carmelina, mia madre)
“Ehi, Tonì, sei arrivato?”
“E l’ piccinne? Non le stoche a sent’. (“E i bambini? Non li sto sentendo.”)
“E nu ringrazie u’ ciel’?!” (“E non ringrazi il cielo?!”). Rispondeva esausta, mia madre.

In tutto questo, mia nonna, nella penombra della stanza, si sentiva fiera di tutta quella pace e continuava a benedirci con le sue preghiere durante la nostra momentanea morte apparente, in attesa della Resurrezione.

M.G.

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