Una
bella sintesi di Domenico Valenza per ricordare un sistema educativo
esportato nel mondo e purtroppo poco usato e conosciuto nel nostro
paese: La scuola di Reggio Emilia.
# Nella scuola di Reggio
Emilia, ideata da Loris Malaguzzi, i bambini passano molto tempo
all’aperto, visitano i luoghi più svariati e anche a scuola possono
disporre di vari materiali. Gli educatori sollecitano i bambini a
lavorare a progetti significativi, l’impegno fa sì che essi diventino
più competenti e riescano a produrre qualcosa di apprezzato e che li
renda orgogliosi di sé. I genitori si incontrano spesso per parlare
della creatività dei loro figli, dei progetti didattici.
Uno
dei principi ispiratori di questa scuola è “niente senza gioia”; si fa
di tutto perché la scuola sia un piacere per i bambini fin dal primo
giorno. Ai bambini vengono offerte molte opportunità perché la loro
creatività possa esprimersi offrendo loro gli strumenti necessari
(amore, solidarietà, ecc.). Il programma è costruito non tanto sulle
materie, quanto piuttosto intorno a progetti che comportano uno sforzo
collettivo di pensieri e creatività. I bambini devono immergersi
completamente in una attività e imparare a lavorare in gruppo.
Una caratteristica di tale scuola è che i progetti attingono a diversi
linguaggi: musicale, spaziale, corporeo e non solo ai due tipi di
intelligenza, cioè linguistica e logico-matematica; nella vita sono
richiesti anche altri tipi di capacità. Pertanto occorre che la scuola
si preoccupi di fornire una più vasta gamma di capacità e valorizzi
tutti i diversi tipi di intelligenza. Spesso, in realtà, la scuola
invece di sollecitare la creatività nei bambini, la inibisce.
giovedì 13 settembre 2012
giovedì 6 settembre 2012
venerdì 24 agosto 2012
martedì 14 agosto 2012
venerdì 10 agosto 2012
Scrive sei libri l'anno
| Martin Widmark |
Nei suoi libri, Widmark evita questioni
complicate, quali la violenza, il sesso o l’alcol. - Il messaggio che
voglio trasmettere è che la vita è fantastica, dice.
Dagli inizi del 2000, Martin Widmark ha pubblicato
un gran numero di libri per bambini e ragazzi. In svedese, ci sono
diversi personaggi, ma a livello internazionale, "Nelly Rapp" e "Lassie e
Maja" sono quelli più famosi.
- Scrivo tra i sei e gli otto libri all'anno, dice.
Quando si scrivono libri come quelli di Lasse e Maja, è necessario
usare un linguaggio libero dalle parole complesse, assicurandosi che sia
adatto ai lettori alle prime armi con la lettura.
Con orgoglio Martin Widmark afferma che è attraverso i suoi libri che molti bambini imparano a leggere, oggi.
- Imparare a leggere è un evento che cambia la vita! La lettura è stata una forza positiva nel corso della mia vita.
Se nei polizieschi Lasse e Maja, il linguaggio è semplice, tuttavia i casi da risolvere sono complicati
- Come scrittore, uno non dovrebbe mai cadere nell’errore di pensare
che la mente e i pensieri dei bambini sono semplici come il loro
linguaggio, dice Martin Widmark.
Nei suoi libri, fa divertire molto
come descrive il mondo degli adulti e molti dei personaggi sono
caricature. Lasse e Maja sono spesso gli unici personaggi che riescono a
vedere e pensare in modo chiaro il caso da risolvere.
Martin Widmark dice che ha deliberatamente evitato di dare ai protagonisti tutti elementi caratteristici.
- Tutti i bambini dovrebbero essere in grado di identificarsi con loro, fa notare.
- Penso sempre al lettore, quando scrivo. Il bambino è costantemente
presente. E' come una conversazione. Penso: sarà in grado di comprendere
questo? Cerco il lettore e provo a creare una connessione, dice Martin.
Martin Widmark non è molto interessato a scrivere lezioni di moralità o questioni esistenziali in attesa di essere risolti.
- Evito questioni troppo complesse. Come scrittore, non devo discutere
di tutto con i miei lettori, quindi non scrivo di sesso, violenza o
alcol, dice.
Martin Widmark vuole semplicemente che i suoi libri
siano un rifugio dalle cose che appartengono al mondo degli adulti, cose
che i bambini non sono pronti ad affrontare.
- Permettere ai bambini di essere bambini!
Al tempo stesso, vuole comunicare qualcosa d’importante:
- L’unico messaggio che affido ai miei lettori, è quello della
tolleranza. Permettere a tutti di essere se stessi. Non importa se sei
piccolo e timido, o schietto e forte, l’importante è che sia permesso di
essere se stessi.
- Voglio dire che la vita è bella, che per cambiare le cose è possibile e che niente è pericoloso!
di Hanna Modigh Glansholm per Rivista Letteraria di libri e autori svedesi
(Traduzione dall'inglese a cura di Milena Galeoto)
giovedì 9 agosto 2012
Bilingui e contenti
Catherine de Lange, New Scientist, Gran Bretagna.
Crescere parlando due lingue può influenzare tutto: dalla capacità di risolvere i problemi al carattere. Come se in noi ci fossero due persone diverse
Appena sono nata, mia madre mi ha guardato dal letto dell’ospedale e, senza volerlo, ha influenzato in modo permanente lo sviluppo del mio cervello, migliorando le mie capacità di apprendimento, di gestire più cose contemporaneamente e di risolvere i problemi. Un domani la mia mente sarà anche meno esposta ai danni dell’età. Che cosa ha fatto? Mi ha parlato in francese. All’epoca mia madre non sapeva di darmi un vantaggio cognitivo. Era francese, e mio padre era inglese, perciò sembrava del tutto logico che io e i miei fratelli imparassimo entrambe le lingue fin da bambini. Nel frattempo, però, studi su studi hanno confermato che il bilinguismo potrebbe avere influenzato profondamente il mio modo di pensare. L’arricchimento cognitivo è solo il primo passo. Molte ricerche dicono che i miei ricordi, i miei valori, perfino la mia personalità cambiano a seconda della lingua che parlo. È come se nel cervello bilingue coabitassero due menti separate, a conferma del ruolo fondamentale del linguaggio nel pensiero umano. “Il bilinguismo è uno straordinario microscopio all’interno del cervello”, osserva la neuroscienziata Laura Ann Petitto della Gallaudet university di Washington Dc. Non sempre però il bilinguismo è stato così apprezzato. Per molti genitori come i miei non è stato facile decidere di educare i figli a parlare due lingue. Almeno fin dal diciannovesimo secolo gli insegnanti pensavano che il bilinguismo confondesse il bambino impedendogli di imparare bene sia l’una che l’altra lingua. Nella migliore delle ipotesi i bambini bilingui erano visti come i proverbiali “esperti di tutto, maestri in niente”. Nella peggiore c’era il sospetto che il bilinguismo potesse compromettere altri aspetti dello sviluppo, abbassando il quoziente intellettivo.
Oggi questi timori sembrano ingiustificati. È vero, i bilingui tendono ad avere un vocabolario leggermente più limitato rispetto ai monolingui, e a volte ci mettono di più a trovare la parola giusta quando devono dare un nome alle cose. Ma uno studio fondamentale realizzato negli anni sessanta da Elizabeth Peal e Wallace Lambert della McGill university di Montréal ha dimostrato che parlare due lingue non ritarda affatto lo sviluppo generale. Anzi, al netto di altri fattori che possono influire sui risultati (come la condizione socioeconomica e l’istruzione) i bilingui facevano registrare risultati migliori dei monolingui in 15 test verbali e non verbali.
Ma queste scoperte sono state largamente ignorate. Lo studio di Peal e Lambert ha alimentato un piccolo filone di ricerca sui vantaggi del bilinguismo, ma quasi tutti i ricercatori e gli insegnanti sono rimasti aggrappati alle vecchie convinzioni. Solo negli ultimi anni il bilinguismo ha ricevuto le attenzioni che merita. “Per trent’anni me ne sono stata al buio nel mio studiolo a fare le mie ricerche e poi, tutto a un tratto, negli ultimi cinque anni si sono spalancate le porte”, dice Ellen Bialystok, psicologa della York university di Toronto. Questo rinnovato interesse è dovuto in parte agli ultimi sviluppi tecnologici in campo neuroscientifico, come la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS), una tecnica di indagine cerebrale non invasiva che con una specie di monitor muto e portatile scruta nel cervello dei bambini mentre sono seduti in grembo ai genitori. Oggi finalmente i ricercatori sono in grado di osservare il cervello dei bambini molto piccoli durante le prime fasi di incontro con il linguaggio.
Grazie a questa tecnica il gruppo di lavoro di Laura Ann Petitto è riuscito a evidenziare le differenze tra i bambini che crescono parlando una sola lingua e quelli che ne imparano da subito due. Secondo una teoria popolare, i bambini nascono “cittadini del mondo” e sono in grado di distinguere i suoni di qualsiasi lingua. Quando compiono un anno, tuttavia, sembrano perdere questa capacità, orientandosi esclusivamente verso i suoni della loro lingua madre.
Questo sembrerebbe riguardare soprattutto i monolingui. Gli studi di Petitto mostrano che invece tra i bambini bilingui alla fine del primo anno si continua a registrare un aumento dell’attività neurale in risposta a fonemi completamente sconosciuti. L’esperienza del bilinguismo, sostiene Petitto, “tiene aperta” la finestra dell’apprendimento delle lingue. Soprattutto, i bambini bilingui raggiungono gli stessi “traguardi” linguistici (per esempio la prima parola) alla stessa età dei bambini monolingui, a riprova del fatto che il bilinguismo stimola e non frena lo sviluppo. Si tratta di un aspetto che, a quanto pare, aiuta le persone come me a imparare altre lingue più avanti negli anni. “È come se il cervello monolingue fosse a dieta, mentre quello bilingue ci fa vedere il tessuto linguistico in tutta la sua pienezza e abbondanza”, spiega Petitto.
Anzi, a mano a mano che gli studiosi approfondiscono le ricerche si scoprono sempre nuovi vantaggi, che si estendono a un ampio spettro di capacità cognitive. Bialystok si è accorta di uno di questi vantaggi quando ha chiesto a un gruppo di bambini di verificare la correttezza grammaticale di alcune frasi. Sia i monolingui i bilingui si sono accorti dell’errore nella frase apples growed on trees (le mele crescevano sugli alberi, ma il passato del verbo to grow è grew). Quando però si sono trovati davanti a frasi senza senso come apples grow on noses (le mele crescono sui nasi) sono emerse le differenze: i monolingui, disorientati dalla stupidità della frase, hanno sbagliato e segnalato un errore, mentre i bilingui hanno risposto correttamente.
Secondo Bialystok, più che riflettere le competenze grammaticali i risultati sono la spia di un maggiore sviluppo di quello che viene chiamato il “sistema esecutivo” del cervello, un insieme di abilità mentali che ruota attorno alla capacità di filtrare le informazioni non rilevanti e di concentrarsi sull’obiettivo immediato. In questo caso, i bambini bilingui sono stati più capaci di concentrarsi sulla grammatica ignorando il significato delle parole. L’ipotesi ha trovato conferma in una serie di test mirati a verificare direttamente questo aspetto. Un’altra abilità esecutiva consiste nella capacità di passare da un compito a un altro senza confondersi, e anche in tal caso i bambini bilingui sono più pronti. Quando devono catalogare degli oggetti, per esempio, riescono a saltare dalle forme ai colori senza commettere errori.
Queste abilità sono cruciali per tutte le nostre attività, dalla lettura ai calcoli matematici fino alla guida. Chi riesce a migliorarli, quindi, acquista una maggiore flessibilità mentale. Ecco perché le persone bilingui avevano superato brillantemente il test di Peal e Lambert, spiega Bialystok. Sembra addirittura che le virtù del bilinguismo si estendano alle nostre capacità di relazione. Paula Rubio-Fernández e Sam Glucksberg, psicologi della Princeton university, hanno scoperto che i bilingui sono più bravi a calarsi nei panni degli altri e a capire le loro ragioni, perché riescono più facilmente a mettere da parte ciò che già sanno e a concentrarsi sul punto di vista altrui.
Ginnastica mentale
Perché parlare due lingue rende il cervello così flessibile e concentrato? Una risposta arriva dal gruppo di lavoro di Viorica Marian della Northwestern university di Evanston, Illinois, che ha usato degli strumenti di tracciamento oculare per seguire lo sguardo di un gruppo di volontari impegnati in varie attività. Nel corso di un esperimento, Marian ha messo una serie di oggetti davanti a un gruppo di bilingui anglorussi dando a ciascuno di loro alcune istruzioni, per esempio “prendi il pennarello”. Il trucco è che nelle due lingue i nomi di alcuni oggetti hanno lo stesso suono ma significati diversi. In russo il termine per dire “francobollo” ha lo stesso suono di marker, cioè “pennarello” in inglese. Anche se i volontari non hanno mai frainteso le domande, il tracciamento oculare ha evidenziato che l’occhio si posa fugacemente sull’oggetto alternativo prima di scegliere quello giusto. Questo gesto quasi impercettibile rivela un particolare importante sul funzionamento del cervello bilingue: le due lingue si contendono continuamente l’attenzione nel nostro inconscio. Ogni volta che un bilingue parla, scrive o ascolta la radio, il suo cervello si sforza di scegliere la parola giusta inibendo il termine equivalente nell’altra lingua. Si tratta di una notevole dimostrazione di controllo esecutivo: non a caso è lo stesso esercizio cognitivo che viene usato in molti corsi di brain-training commerciali, in cui spesso si insegna a ignorare le informazioni irrilevanti mentre si affronta un problema.
La scienza non ci ha messo molto a chiedersi se questa ginnastica mentale possa aiutare il cervello a resistere ai colpi dell’invecchiamento. In fondo, è ampiamente dimostrato che altre forme di esercizi per il cervello creano una “riserva cognitiva”, una specie di cuscinetto mentale che protegge la mente dal declino senile. Per scoprirlo, il gruppo di lavoro di Bialystok ha raccolto i dati di 184 pazienti affetti da demenza, metà dei quali erano bilingui. I risultati, pubblicati nel 2007, sono sorprendenti: nei soggetti bilingui i sintomi compaiono con quattro anni di ritardo rispetto ai monolingui. A distanza di tre anni l’esperimento è stato ripetuto su altre 200 persone affette da un principio di Alzheimer. Ancora una volta è stata riscontrata una discrepanza di cinque anni nella comparsa dei sintomi nei pazienti bilingui. I risultati si confermano anche tenendo conto di fattori come la professione o l’istruzione. “Sono stata la prima a sorprendermi degli effetti”, confessa Bialystok.
Due canali mentali
Oltre a dare ai bilingui un vantaggio mentale, parlare una seconda lingua può influenzare profondamente il comportamento. I neuroscienziati e gli psicologi stanno cominciando ad accettare che il linguaggio è legato a doppio filo con il pensiero e il ragionamento, e qualcuno si domanda se le persone bilingui si comportino in modo diverso a seconda della lingua che parlano. Per la mia esperienza personale direi senz’altro di sì: spesso mi dicono che quando parlo inglese sembro diversa rispetto a quando parlo francese. Questi aspetti, ovviamente, sono difficili da distinguere, perché non è facile separare le proprie diverse anime. Negli anni sessanta, Susan Ervin-Tripp, oggi all’università della California a Berkeley, trovò un sistema oggettivo per studiare il problema quando domandò a un gruppo di bilingui anglonipponici di completare una serie di frasi incompiute in due diverse sessioni, prima in una lingua, poi nell’altra. Scoprì che i volontari concludevano sistematicamente le frasi in modo diverso a seconda della lingua. Per esempio, data la frase “I veri amici dovrebbero…”, chi rispondeva in giapponese scriveva “…aiutarsi a vicenda”; poi però in inglese sceglieva “…essere molto franchi”. In generale, le risposte sembravano riflettere quelle date dai monolingui nell’una e nell’altra lingua. I risultati portarono Ervin-Tripp alla conclusione che i bilingui usano due canali mentali, uno per ciascuna lingua, come se avessero due teste diverse.
Questa teoria sembra trovare conferma in una serie di studi più recenti. Il gruppo di lavoro di David Luna al Baruch college di New York ha chiesto recentemente a un gruppo di volontari angloispanici di guardare degli spot televisivi incentrati sulle donne (prima in una lingua e poi, sei mesi dopo, nell’altra) e di dare un giudizio sulla loro personalità. Quando gli spot erano in spagnolo i volontari tendevano a descrivere le donne come indipendenti ed estroverse; quando invece erano in inglese le stesse donne venivano descritte come stupide e dipendenti. In un altro studio si vede come i bilingui greco-inglesi tendano a reagire in modo diversissimo alla stessa vicenda a seconda della lingua in cui viene raccontata: in un caso si definiscono “indifferenti” a un personaggio, nell’altro invece si dicono “preoccupati” per quello che potrà succedergli.
Una spiegazione è che ciascuna lingua porta alla mente i valori culturali che abbiamo assimilato mentre la imparavamo, sostiene Nairàn Ramirez-Esparza, psicologa della Università di Washington a Seattle. Recentemente la studiosa ha chiesto a un gruppo di messicani bilingui di descrivere la loro personalità in due diversi questionari, uno in inglese e l’altro in spagnolo. La modestia è più apprezzata in Messico che negli Stati Uniti, dove la qualità considerata migliore è l’assertività, e prevedibilmente la lingua in cui è formulato il questionario evidenzia queste differenze. Quando rispondevano in spagnolo i volontari si descrivevano come più umili rispetto a quando il questionario era scritto in inglese. Alcuni di questi “salti” comportamentali potrebbero essere intimamente legati al ruolo del linguaggio come impalcatura che sostiene e struttura i nostri ricordi.
Molti studi dimostrano che è più facile ricordare un oggetto quando se ne conosce il nome, il che spiega forse perché i ricordi della prima infanzia sono così sporadici. Sembra addirittura che la grammatica di una lingua sia in grado di influenzare la memoria. Lera Boroditsky dell’università di Stanford, in California, ha scoperto che i madrelingua spagnoli hanno più difficoltà a ricordare chi ha provocato un incidente rispetto ai madrelingua inglesi, forse perché tendono a usare frasi impersonali come Se rompió el florero (si è rotto il vaso) che non specificano l’agente dell’evento.
I risultati sembrano indicare che i ricordi delle persone bilingui cambiano a seconda della lingua. In un esperimento semplice ma intelligente, Marian e Margarita Kaushanskaya, all’epoca alla Northwestern university, hanno rivolto una serie di domande di cultura generale a un gruppo di bilingui anglocinesi, prima in una lingua e poi nell’altra. Per esempio, hanno chiesto di nominare “una statua di una persona con il braccio alzato che guarda lontano”. Ebbene, quando la domanda era formulata in inglese i volontari tendevano a rispondere la statua della Libertà; quando invece era in mandarino rispondevano la statua di Mao. Lo stesso succede quando i bilingui richiamano alla memoria ricordi personali e autobiografici.
Nonostante gli ultimi progressi, è probabile che i ricercatori abbiano scoperto solo la punta dell’iceberg sugli impatti del bilinguismo, e ci sono ancora molte domande senza risposta. La principale è se i monolingui possono avere gli stessi vantaggi. In tal caso, quale miglior incentivo a promuovere l’insegnamento delle lingue nelle scuole, che sta diminuendo sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti?
Molto si è detto sulle difficoltà di imparare un’altra lingua quando si è in là con gli anni, ma per ora è dimostrato che gli sforzi pagano. “Si può imparare un’altra lingua a qualsiasi età, con vantaggi evidenti per il sistema cognitivo”, dice Marian. Bialystok conferma che chi impara una lingua in tarda età ottiene dei benefici, anche se meno pronunciati rispetto ai bilingui. “Imparate un’altra lingua a qualsiasi età”, dice. “È questa la fonte della riserva cognitiva”. Per come stanno le cose, sono contenta di essermi lasciata alle spalle questa sfida. Mia madre non poteva immaginare fino a che punto le sue parole avrebbero influenzato il mio cervello e la mia visione del mondo, ma sono sicura che ne è valsa la pena. E per questo non mi resta che dirle merci!
Pubblicato su Internazionale n°957 13-19 luglio 2012
Crescere parlando due lingue può influenzare tutto: dalla capacità di risolvere i problemi al carattere. Come se in noi ci fossero due persone diverse
Appena sono nata, mia madre mi ha guardato dal letto dell’ospedale e, senza volerlo, ha influenzato in modo permanente lo sviluppo del mio cervello, migliorando le mie capacità di apprendimento, di gestire più cose contemporaneamente e di risolvere i problemi. Un domani la mia mente sarà anche meno esposta ai danni dell’età. Che cosa ha fatto? Mi ha parlato in francese. All’epoca mia madre non sapeva di darmi un vantaggio cognitivo. Era francese, e mio padre era inglese, perciò sembrava del tutto logico che io e i miei fratelli imparassimo entrambe le lingue fin da bambini. Nel frattempo, però, studi su studi hanno confermato che il bilinguismo potrebbe avere influenzato profondamente il mio modo di pensare. L’arricchimento cognitivo è solo il primo passo. Molte ricerche dicono che i miei ricordi, i miei valori, perfino la mia personalità cambiano a seconda della lingua che parlo. È come se nel cervello bilingue coabitassero due menti separate, a conferma del ruolo fondamentale del linguaggio nel pensiero umano. “Il bilinguismo è uno straordinario microscopio all’interno del cervello”, osserva la neuroscienziata Laura Ann Petitto della Gallaudet university di Washington Dc. Non sempre però il bilinguismo è stato così apprezzato. Per molti genitori come i miei non è stato facile decidere di educare i figli a parlare due lingue. Almeno fin dal diciannovesimo secolo gli insegnanti pensavano che il bilinguismo confondesse il bambino impedendogli di imparare bene sia l’una che l’altra lingua. Nella migliore delle ipotesi i bambini bilingui erano visti come i proverbiali “esperti di tutto, maestri in niente”. Nella peggiore c’era il sospetto che il bilinguismo potesse compromettere altri aspetti dello sviluppo, abbassando il quoziente intellettivo.
Oggi questi timori sembrano ingiustificati. È vero, i bilingui tendono ad avere un vocabolario leggermente più limitato rispetto ai monolingui, e a volte ci mettono di più a trovare la parola giusta quando devono dare un nome alle cose. Ma uno studio fondamentale realizzato negli anni sessanta da Elizabeth Peal e Wallace Lambert della McGill university di Montréal ha dimostrato che parlare due lingue non ritarda affatto lo sviluppo generale. Anzi, al netto di altri fattori che possono influire sui risultati (come la condizione socioeconomica e l’istruzione) i bilingui facevano registrare risultati migliori dei monolingui in 15 test verbali e non verbali.
Ma queste scoperte sono state largamente ignorate. Lo studio di Peal e Lambert ha alimentato un piccolo filone di ricerca sui vantaggi del bilinguismo, ma quasi tutti i ricercatori e gli insegnanti sono rimasti aggrappati alle vecchie convinzioni. Solo negli ultimi anni il bilinguismo ha ricevuto le attenzioni che merita. “Per trent’anni me ne sono stata al buio nel mio studiolo a fare le mie ricerche e poi, tutto a un tratto, negli ultimi cinque anni si sono spalancate le porte”, dice Ellen Bialystok, psicologa della York university di Toronto. Questo rinnovato interesse è dovuto in parte agli ultimi sviluppi tecnologici in campo neuroscientifico, come la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS), una tecnica di indagine cerebrale non invasiva che con una specie di monitor muto e portatile scruta nel cervello dei bambini mentre sono seduti in grembo ai genitori. Oggi finalmente i ricercatori sono in grado di osservare il cervello dei bambini molto piccoli durante le prime fasi di incontro con il linguaggio.
Grazie a questa tecnica il gruppo di lavoro di Laura Ann Petitto è riuscito a evidenziare le differenze tra i bambini che crescono parlando una sola lingua e quelli che ne imparano da subito due. Secondo una teoria popolare, i bambini nascono “cittadini del mondo” e sono in grado di distinguere i suoni di qualsiasi lingua. Quando compiono un anno, tuttavia, sembrano perdere questa capacità, orientandosi esclusivamente verso i suoni della loro lingua madre.
Questo sembrerebbe riguardare soprattutto i monolingui. Gli studi di Petitto mostrano che invece tra i bambini bilingui alla fine del primo anno si continua a registrare un aumento dell’attività neurale in risposta a fonemi completamente sconosciuti. L’esperienza del bilinguismo, sostiene Petitto, “tiene aperta” la finestra dell’apprendimento delle lingue. Soprattutto, i bambini bilingui raggiungono gli stessi “traguardi” linguistici (per esempio la prima parola) alla stessa età dei bambini monolingui, a riprova del fatto che il bilinguismo stimola e non frena lo sviluppo. Si tratta di un aspetto che, a quanto pare, aiuta le persone come me a imparare altre lingue più avanti negli anni. “È come se il cervello monolingue fosse a dieta, mentre quello bilingue ci fa vedere il tessuto linguistico in tutta la sua pienezza e abbondanza”, spiega Petitto.
Anzi, a mano a mano che gli studiosi approfondiscono le ricerche si scoprono sempre nuovi vantaggi, che si estendono a un ampio spettro di capacità cognitive. Bialystok si è accorta di uno di questi vantaggi quando ha chiesto a un gruppo di bambini di verificare la correttezza grammaticale di alcune frasi. Sia i monolingui i bilingui si sono accorti dell’errore nella frase apples growed on trees (le mele crescevano sugli alberi, ma il passato del verbo to grow è grew). Quando però si sono trovati davanti a frasi senza senso come apples grow on noses (le mele crescono sui nasi) sono emerse le differenze: i monolingui, disorientati dalla stupidità della frase, hanno sbagliato e segnalato un errore, mentre i bilingui hanno risposto correttamente.
Secondo Bialystok, più che riflettere le competenze grammaticali i risultati sono la spia di un maggiore sviluppo di quello che viene chiamato il “sistema esecutivo” del cervello, un insieme di abilità mentali che ruota attorno alla capacità di filtrare le informazioni non rilevanti e di concentrarsi sull’obiettivo immediato. In questo caso, i bambini bilingui sono stati più capaci di concentrarsi sulla grammatica ignorando il significato delle parole. L’ipotesi ha trovato conferma in una serie di test mirati a verificare direttamente questo aspetto. Un’altra abilità esecutiva consiste nella capacità di passare da un compito a un altro senza confondersi, e anche in tal caso i bambini bilingui sono più pronti. Quando devono catalogare degli oggetti, per esempio, riescono a saltare dalle forme ai colori senza commettere errori.
Queste abilità sono cruciali per tutte le nostre attività, dalla lettura ai calcoli matematici fino alla guida. Chi riesce a migliorarli, quindi, acquista una maggiore flessibilità mentale. Ecco perché le persone bilingui avevano superato brillantemente il test di Peal e Lambert, spiega Bialystok. Sembra addirittura che le virtù del bilinguismo si estendano alle nostre capacità di relazione. Paula Rubio-Fernández e Sam Glucksberg, psicologi della Princeton university, hanno scoperto che i bilingui sono più bravi a calarsi nei panni degli altri e a capire le loro ragioni, perché riescono più facilmente a mettere da parte ciò che già sanno e a concentrarsi sul punto di vista altrui.
Ginnastica mentale
Perché parlare due lingue rende il cervello così flessibile e concentrato? Una risposta arriva dal gruppo di lavoro di Viorica Marian della Northwestern university di Evanston, Illinois, che ha usato degli strumenti di tracciamento oculare per seguire lo sguardo di un gruppo di volontari impegnati in varie attività. Nel corso di un esperimento, Marian ha messo una serie di oggetti davanti a un gruppo di bilingui anglorussi dando a ciascuno di loro alcune istruzioni, per esempio “prendi il pennarello”. Il trucco è che nelle due lingue i nomi di alcuni oggetti hanno lo stesso suono ma significati diversi. In russo il termine per dire “francobollo” ha lo stesso suono di marker, cioè “pennarello” in inglese. Anche se i volontari non hanno mai frainteso le domande, il tracciamento oculare ha evidenziato che l’occhio si posa fugacemente sull’oggetto alternativo prima di scegliere quello giusto. Questo gesto quasi impercettibile rivela un particolare importante sul funzionamento del cervello bilingue: le due lingue si contendono continuamente l’attenzione nel nostro inconscio. Ogni volta che un bilingue parla, scrive o ascolta la radio, il suo cervello si sforza di scegliere la parola giusta inibendo il termine equivalente nell’altra lingua. Si tratta di una notevole dimostrazione di controllo esecutivo: non a caso è lo stesso esercizio cognitivo che viene usato in molti corsi di brain-training commerciali, in cui spesso si insegna a ignorare le informazioni irrilevanti mentre si affronta un problema.
La scienza non ci ha messo molto a chiedersi se questa ginnastica mentale possa aiutare il cervello a resistere ai colpi dell’invecchiamento. In fondo, è ampiamente dimostrato che altre forme di esercizi per il cervello creano una “riserva cognitiva”, una specie di cuscinetto mentale che protegge la mente dal declino senile. Per scoprirlo, il gruppo di lavoro di Bialystok ha raccolto i dati di 184 pazienti affetti da demenza, metà dei quali erano bilingui. I risultati, pubblicati nel 2007, sono sorprendenti: nei soggetti bilingui i sintomi compaiono con quattro anni di ritardo rispetto ai monolingui. A distanza di tre anni l’esperimento è stato ripetuto su altre 200 persone affette da un principio di Alzheimer. Ancora una volta è stata riscontrata una discrepanza di cinque anni nella comparsa dei sintomi nei pazienti bilingui. I risultati si confermano anche tenendo conto di fattori come la professione o l’istruzione. “Sono stata la prima a sorprendermi degli effetti”, confessa Bialystok.
Due canali mentali
Oltre a dare ai bilingui un vantaggio mentale, parlare una seconda lingua può influenzare profondamente il comportamento. I neuroscienziati e gli psicologi stanno cominciando ad accettare che il linguaggio è legato a doppio filo con il pensiero e il ragionamento, e qualcuno si domanda se le persone bilingui si comportino in modo diverso a seconda della lingua che parlano. Per la mia esperienza personale direi senz’altro di sì: spesso mi dicono che quando parlo inglese sembro diversa rispetto a quando parlo francese. Questi aspetti, ovviamente, sono difficili da distinguere, perché non è facile separare le proprie diverse anime. Negli anni sessanta, Susan Ervin-Tripp, oggi all’università della California a Berkeley, trovò un sistema oggettivo per studiare il problema quando domandò a un gruppo di bilingui anglonipponici di completare una serie di frasi incompiute in due diverse sessioni, prima in una lingua, poi nell’altra. Scoprì che i volontari concludevano sistematicamente le frasi in modo diverso a seconda della lingua. Per esempio, data la frase “I veri amici dovrebbero…”, chi rispondeva in giapponese scriveva “…aiutarsi a vicenda”; poi però in inglese sceglieva “…essere molto franchi”. In generale, le risposte sembravano riflettere quelle date dai monolingui nell’una e nell’altra lingua. I risultati portarono Ervin-Tripp alla conclusione che i bilingui usano due canali mentali, uno per ciascuna lingua, come se avessero due teste diverse.
Questa teoria sembra trovare conferma in una serie di studi più recenti. Il gruppo di lavoro di David Luna al Baruch college di New York ha chiesto recentemente a un gruppo di volontari angloispanici di guardare degli spot televisivi incentrati sulle donne (prima in una lingua e poi, sei mesi dopo, nell’altra) e di dare un giudizio sulla loro personalità. Quando gli spot erano in spagnolo i volontari tendevano a descrivere le donne come indipendenti ed estroverse; quando invece erano in inglese le stesse donne venivano descritte come stupide e dipendenti. In un altro studio si vede come i bilingui greco-inglesi tendano a reagire in modo diversissimo alla stessa vicenda a seconda della lingua in cui viene raccontata: in un caso si definiscono “indifferenti” a un personaggio, nell’altro invece si dicono “preoccupati” per quello che potrà succedergli.
Una spiegazione è che ciascuna lingua porta alla mente i valori culturali che abbiamo assimilato mentre la imparavamo, sostiene Nairàn Ramirez-Esparza, psicologa della Università di Washington a Seattle. Recentemente la studiosa ha chiesto a un gruppo di messicani bilingui di descrivere la loro personalità in due diversi questionari, uno in inglese e l’altro in spagnolo. La modestia è più apprezzata in Messico che negli Stati Uniti, dove la qualità considerata migliore è l’assertività, e prevedibilmente la lingua in cui è formulato il questionario evidenzia queste differenze. Quando rispondevano in spagnolo i volontari si descrivevano come più umili rispetto a quando il questionario era scritto in inglese. Alcuni di questi “salti” comportamentali potrebbero essere intimamente legati al ruolo del linguaggio come impalcatura che sostiene e struttura i nostri ricordi.
Molti studi dimostrano che è più facile ricordare un oggetto quando se ne conosce il nome, il che spiega forse perché i ricordi della prima infanzia sono così sporadici. Sembra addirittura che la grammatica di una lingua sia in grado di influenzare la memoria. Lera Boroditsky dell’università di Stanford, in California, ha scoperto che i madrelingua spagnoli hanno più difficoltà a ricordare chi ha provocato un incidente rispetto ai madrelingua inglesi, forse perché tendono a usare frasi impersonali come Se rompió el florero (si è rotto il vaso) che non specificano l’agente dell’evento.
I risultati sembrano indicare che i ricordi delle persone bilingui cambiano a seconda della lingua. In un esperimento semplice ma intelligente, Marian e Margarita Kaushanskaya, all’epoca alla Northwestern university, hanno rivolto una serie di domande di cultura generale a un gruppo di bilingui anglocinesi, prima in una lingua e poi nell’altra. Per esempio, hanno chiesto di nominare “una statua di una persona con il braccio alzato che guarda lontano”. Ebbene, quando la domanda era formulata in inglese i volontari tendevano a rispondere la statua della Libertà; quando invece era in mandarino rispondevano la statua di Mao. Lo stesso succede quando i bilingui richiamano alla memoria ricordi personali e autobiografici.
Nonostante gli ultimi progressi, è probabile che i ricercatori abbiano scoperto solo la punta dell’iceberg sugli impatti del bilinguismo, e ci sono ancora molte domande senza risposta. La principale è se i monolingui possono avere gli stessi vantaggi. In tal caso, quale miglior incentivo a promuovere l’insegnamento delle lingue nelle scuole, che sta diminuendo sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti?
Molto si è detto sulle difficoltà di imparare un’altra lingua quando si è in là con gli anni, ma per ora è dimostrato che gli sforzi pagano. “Si può imparare un’altra lingua a qualsiasi età, con vantaggi evidenti per il sistema cognitivo”, dice Marian. Bialystok conferma che chi impara una lingua in tarda età ottiene dei benefici, anche se meno pronunciati rispetto ai bilingui. “Imparate un’altra lingua a qualsiasi età”, dice. “È questa la fonte della riserva cognitiva”. Per come stanno le cose, sono contenta di essermi lasciata alle spalle questa sfida. Mia madre non poteva immaginare fino a che punto le sue parole avrebbero influenzato il mio cervello e la mia visione del mondo, ma sono sicura che ne è valsa la pena. E per questo non mi resta che dirle merci!
Pubblicato su Internazionale n°957 13-19 luglio 2012
giovedì 2 agosto 2012
La realtà è una favola
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| Gunilla Bergström Foto: Hans A. Vedlog |
LA REALTA’ E’ UNA FAVOLA. Ogni giorno è nuovo. I bambini capiscono
perfettamente ciò che noi adulti abbiamo dimenticato, preoccupati come
siamo a pagare l'affitto, a portare cibo a casa e fare il nostro dovere:
dimenticando che la vita è un enigma incomparabile! Pieno di possibilità. Cose che non abbiamo mai pensato che fossimo in grado di fare!
I bambini che hanno compreso la magia della realtà sono più ampiamente
dotati e se un giorno questi bambini saranno al potere o saranno
semplicemente genitori, potremmo contare su un mondo migliore”.
lunedì 30 luglio 2012
domenica 29 luglio 2012
I gialli di Martin Widmark
ragazzi; è stato definito
l’Agatha Christie dei bambini per i suoi gialli intriganti, tradotti in ben 27
lingue : le sue storie
lasciano col fiato sospeso fino all'ultima pagina. È lo scrittore più richiesto nei prestiti bibliotecari
del suo Paese, superando di gran lunga la leggendaria Astrid Lindgren. Lasse e Maja confermano la propria posizione come i
gialli più amati dai bambini, costantemente in cima ai best-seller. E per molti
anni hanno vinto il prestigioso premio Bokjuryn (il libro della giuria) voluto
direttamente dai bambini. Visto il loro successo, Lasse e Maja sono diventati
una famosa serie televisiva in Svezia e in Germania.
Breve intervista dalla premiazione Bokjuryn 2012
- Cosa facevi prima di essere un noto scrittore?
Ho fatto svariati lavori: in fabbrica, come portantino in Ospedale per essere autonomo da subito, ho insegnato nelle periferie, agli immigrati e questo mi ha permesso di conoscere tante storie, così ho iniziato a scrive all'età di 39 anni.
- Qual'è il paese che più ami?
Amo molto l'Italia, ogni volta che visito quel paese, mi sento molto ispirato.
- Cosa fai quando non ti senti particolarmente ispirato per continuare una storia?
Indosso la mia tuta da carpentiere e lavoro duramente, fino a quando la mia mente ritorna ad essere libera.
- Cosa consiglieresti ai giovani scrittori emergenti?
Di continuare a lavorare, a frequentare gente, a vivere una vita normale perchè sono proprio queste esperienze a suggerirci originali descrizioni e ispirazioni.
Martin Widmark
Breve intervista dalla premiazione Bokjuryn 2012
- Cosa facevi prima di essere un noto scrittore?
Ho fatto svariati lavori: in fabbrica, come portantino in Ospedale per essere autonomo da subito, ho insegnato nelle periferie, agli immigrati e questo mi ha permesso di conoscere tante storie, così ho iniziato a scrive all'età di 39 anni.
- Qual'è il paese che più ami?
Amo molto l'Italia, ogni volta che visito quel paese, mi sento molto ispirato.
- Cosa fai quando non ti senti particolarmente ispirato per continuare una storia?
Indosso la mia tuta da carpentiere e lavoro duramente, fino a quando la mia mente ritorna ad essere libera.
- Cosa consiglieresti ai giovani scrittori emergenti?
Di continuare a lavorare, a frequentare gente, a vivere una vita normale perchè sono proprio queste esperienze a suggerirci originali descrizioni e ispirazioni.
Martin Widmark
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| Informazioni editoriali a cura di Milena Galeoto |
sabato 28 luglio 2012
Pija Lindenbaum e il mondo interiore del bambino
Pija Lindenbaum è una delle autrici più lette in Svezia, insieme a Martin Widmark, Stina Wirsén e Pernilla Stalfelt. Abile a creare originali descrizioni dei bambini di oggi come Gittan, Åke, Lill-Zlatan, Kenta, Siv e Cesiria. Le sue storie sono bizzarre, divertenti, un po’ strane, proprio come quelle delle famiglie normali.
Pija Lindenbaum rinnova il senso del libro illustrato, i suoi libri, infatti, sono molto apprezzati per l’originalità dei loro testi e delle immagini rappresentate in modo ironico ma con una vena di malinconia.
Pija Lindebaum si è laureata all’Accademia di Belle Arti di Stoccolma, in Artigianato e Design nel 1979 è da allora che lavora come artista e autrice.
Si dice di lei:
"Lo stile di Pija Lindenbuaum, i colori, le prospettive usate, sprigionano una vivace energia. I piccoli lettori riescono a riconoscersi attraverso le sue storie, toccando con leggerezza, anche temi delicati come quello di affrontare la bruttissima giornata di un genitore."
(School Library Journal su "Quando la mamma sputa fuoco").
"Fantastica l'abilità della Lindenbaum nel dipingere i mobili retrò e riprodurre con originalità l'ambientazione delle sue storie, riuscendo a descrive il sentimento di gelosia che una bambina può provare per il suo caro zio di come con naturalezza riesca a superare questa condizione".
(Publishers Weekly su "Lilli-Tzan e il suo caro zio")
"Se i libri moderni per bambini possono diventare classici, Lindebaum con "Gittan e i lupi grigi" ci riesce in pieno."
(Krikus review su Gittan e i Lupi Grigi)
"Lindebaum cattura efficacemente il flusso, la spontaneità e il linguaggio fantasioso dei bambini"
(Krikus Review su "Gittan e le pecore")
Riconoscimenti e premi
1991 Heffaklumpen
1992 New Your times best children’s book diploma
1993 Illustrator of the Year, Bologna Children’s Book Fair, Bologna
1993 Elsa Beskow Plaque for Bra Börje
1993 Nominated to the August award for Over Backen
1996 Nominated to the Augutst award for Britten och Prins Benny
2000 Winner of the August Award for Gittan och gråvargarna
2006 Nominated to the August Award for Lilli-Zlatan och morbor raring
2008 Rabén&Sjögran’s award in memory of Astrid Lindgren
Informazioni sulle opere a cura di Milena Galeoto
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domenica 22 luglio 2012
Letture per bambini e ragazzi, consigliate per l'estate
Grazie al contributo di genitori, insegnanti, scrittori e lettori
chiunque avesse altri suggerimenti, può scrivere a barrueca@libero.it
sabato 21 luglio 2012
Cosa fate quando un vampiro dai denti perfettamente puliti infesta le
vostre notti e un Frankenstein col male ai piedi minaccia il vostro
quartiere? Chiamate Nelly Rapp, Agente Antimostri!
Potete seguirla sulla sua fan page italiana di Facebook
![]() |
| Nelly Rapp'italian fan page |
L’Accademia Antimostri e I Frankenstein, ideali per i lettori più
giovani, e consigliati per tutti gli amanti dell’horror umoristico, i
libri di Nelly Rapp hanno la freschezza e la vivacità che non devono
mancare alle prime letture (oltre ad
alcuni accorgimenti grafici, come i grandi caratteri e una spaziatura
facilitata, senza “a capo”), senza trascurare la suspense. E anche se
nel finale il mistero si stempera con un sorriso, i pericoli affrontati
dalla giovanissima eroina e le sue ingegnose trovate lasceranno anche i
lettori più smaliziati con il fiato sospeso…(da GiGi - il giornale dei giovani lettori)
mercoledì 4 luglio 2012
Prestigioso premio Marco Luchetta a Giancarlo Oliani per il Reportage sui bambini di Taranto
Giancarlo Oliani vincitore del premio Lucchetta per la sezione
quotidiani e periodici con l’articolo “Non rubateci i sogni. Viaggio tra
i bambini della Taranto dei veleni” pubblicato su La Gazzetta di
Mantova il 4 gennaio 2012. E’ un reportage dal quartiere Tamburi di
Taranto, tra i bambini di una scuola elementare che sorge a ridosso
dell’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, dove la concentrazione di
diossina è tra le più alte del mondo e dove un’ordinanza del sindaco
vieta ai bimbi di giocare nei giardini e di toccare l’erba per l’elevata
presenza di sostanze cancerogene.
Giancarlo Oliani (Pieve
di Coriano, Mantova – 5 marzo 1956) si occupa di cronaca nera e
giudiziaria per la Gazzetta di Mantova ed è stato più volte premiato per
articoli sul tema minorile.
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| Articolo premiato |
venerdì 29 giugno 2012
Il test dei tre colini - Socrate
Un giorno un uomo andò a trovare Socrate e gli disse: «Sai cosa ho saputo su un tuo amico?»
«Un istante», rispose Socrate. «Prima che tu mi racconti ciò che desideri, desidererei farti un test. Quello dei tre colini.»
«I tre colini?» chiese l’uomo.
«Prima di raccontarmi tutto quello che vuoi sugli altri, è giusto avere del tempo per filtrare quello che va detto.
Questo è ciò che io intendo per il test dei tre colini.
Il primo colino è quello della Verità. Hai verificato che quello che mi stai per dire è la verità?», disse Socrate.
«No. L’ho semplicemente sentito…» rispose l’uomo.
«Va bene. Non sai quindi se è vero. Proviamo a filtrarlo in un altro modo utilizzando il secondo colino, quello della Bontà.
Quello che stai per dirmi sul mio Amico, è qualcosa di buono?», chiese Socrate.
«Ah no! Al contrario…» rispose l’uomo.
«Quindi — continua Socrate — tu mi vuoi raccontare qualcosa di cattivo su di lui e non sai neanche se le cose che mi stai per dire sono vere o meno.
Puoi però ancora passare il test, perché ti resta ancora il terzo colino, quello dell’Utilità.
È utile che tu mi dica ciò che avrebbe fatto il mio Amico?»
«…non veramente…» rispose un pò sconcertato l’uomo.
«Allora — concluse Socrate — se ciò che mi vuoi raccontare non è né vero, né buono, né utile, perché me lo vuoi dire?»
«Un istante», rispose Socrate. «Prima che tu mi racconti ciò che desideri, desidererei farti un test. Quello dei tre colini.»
«I tre colini?» chiese l’uomo.
«Prima di raccontarmi tutto quello che vuoi sugli altri, è giusto avere del tempo per filtrare quello che va detto.
Questo è ciò che io intendo per il test dei tre colini.
Il primo colino è quello della Verità. Hai verificato che quello che mi stai per dire è la verità?», disse Socrate.
«No. L’ho semplicemente sentito…» rispose l’uomo.
«Va bene. Non sai quindi se è vero. Proviamo a filtrarlo in un altro modo utilizzando il secondo colino, quello della Bontà.
Quello che stai per dirmi sul mio Amico, è qualcosa di buono?», chiese Socrate.
«Ah no! Al contrario…» rispose l’uomo.
«Quindi — continua Socrate — tu mi vuoi raccontare qualcosa di cattivo su di lui e non sai neanche se le cose che mi stai per dire sono vere o meno.
Puoi però ancora passare il test, perché ti resta ancora il terzo colino, quello dell’Utilità.
È utile che tu mi dica ciò che avrebbe fatto il mio Amico?»
«…non veramente…» rispose un pò sconcertato l’uomo.
«Allora — concluse Socrate — se ciò che mi vuoi raccontare non è né vero, né buono, né utile, perché me lo vuoi dire?»
mercoledì 27 giugno 2012
NordaSud (Vittorio Bodini vs Tomas Tranströmer) - Terre del Salento
C'è una fitta, intrigante relazione tra Vittorio Bodini, voce letteraria tra le più importanti della nostra regione, e lo svedese Tomas Tranströmer, premio Nobel per la letteratura 2011. Questa relazione è stata studiata e celebrata a Lecce, che ai due poeti ha dedicato una giornata singolare, «NordaSud», su idea di Broedizioni con Multidisciplinary Art, e il patrocinio di Comune, Provincia, Università del Salento e del Museo Sigismondo Castromediano.
Con la partecipazione di Stina Wirsèn, Håkan Jäder, Simone Giorgino, Orodè Deoro, Emanuele Coluccia, Redi Hasa, direzione artistica di Simone Franco.
Ideato e organizzato da Milena Galeoto in collaborazione con Multidisciplinary Art.
Immagini evento
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Corriere della Sera
FuturaTv
Corriere salentino
QuiSalento
PaeseNuovo
Leccenews
Gazzetta del Mezzogiorno
Nordasud
lunedì 25 giugno 2012
venerdì 22 giugno 2012
giovedì 21 giugno 2012
God Midsommar! da Nelly Rapp
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| Indicazioni per realizzare le ghirlande di fiori - clicca sull'immagine per ingrandirla |
Cari amici italiani,
Sono così emozionata in questi giorni nel preparare una delle feste più belle che ci sono nel mio paese! la Festa di Mezza Estate che in svedese si dice "Midsommar". Si festeggia durante il solstizio d'Estate tra il 20 e il 24. Il venerdì è il giorno della settimana scelto e tutto diventa ancora più suggestivo perchè il sole in questo periodo non tramonta e regala al paesaggio un aspetto magico. La mia nonna mi ha raccontato che per tradizione, in questa occasione, le ragazze mettevano sotto il cuscino sette fiori diversi così in sogno arrivava il loro futuro sposo. Mangiavano anche del porrige salato, detto anche "porrige del sogno" che faceva venire tanta sete durante la notte e questo le portava a sognare il futuro sposo con una bella brocca di acqua fresca. E i contadini celebravano questa festa come augurio di avere buoni raccolti per l'estate: la stagione della fertilità. Intrecciavano le felci sui loro abiti sembrando delle creature completamente verdi (da non confondere con i nostri mostri, eh?). E ancora la nonna mi ha raccontato che quando era giovane, insieme ad altri ragazzi, durante questa notte speciale, cercavano il tesoro nelle zone illuminate dai raggi della luna. Molta gente raccontava di visioni strane, fantastiche... poi la nonna ha aggiunto: - sarà anche per l'effetto dello snap, una grappa molto famosa in Svezia che gli adulti bevono proprio durante questa festa. Sicuramente quando si parla di Midsommar, vengono subito in mente le ghirlande di fiori. Io e London ne abbiamo raccolto qualcuno poi, siccome non amo molto recidere i fiori, ho chiesto alla mia amica italiana di aiutarmi a confezionare fiori di carta crespa e insieme abbiamo realizzato queste indicazioni per tutti voi. London è stato di grande aiuto, nel passarci la carta e nel farci da modello per confezionare le ghirlande.
God Midsommar!
Nelly Rapp
Sono così emozionata in questi giorni nel preparare una delle feste più belle che ci sono nel mio paese! la Festa di Mezza Estate che in svedese si dice "Midsommar". Si festeggia durante il solstizio d'Estate tra il 20 e il 24. Il venerdì è il giorno della settimana scelto e tutto diventa ancora più suggestivo perchè il sole in questo periodo non tramonta e regala al paesaggio un aspetto magico. La mia nonna mi ha raccontato che per tradizione, in questa occasione, le ragazze mettevano sotto il cuscino sette fiori diversi così in sogno arrivava il loro futuro sposo. Mangiavano anche del porrige salato, detto anche "porrige del sogno" che faceva venire tanta sete durante la notte e questo le portava a sognare il futuro sposo con una bella brocca di acqua fresca. E i contadini celebravano questa festa come augurio di avere buoni raccolti per l'estate: la stagione della fertilità. Intrecciavano le felci sui loro abiti sembrando delle creature completamente verdi (da non confondere con i nostri mostri, eh?). E ancora la nonna mi ha raccontato che quando era giovane, insieme ad altri ragazzi, durante questa notte speciale, cercavano il tesoro nelle zone illuminate dai raggi della luna. Molta gente raccontava di visioni strane, fantastiche... poi la nonna ha aggiunto: - sarà anche per l'effetto dello snap, una grappa molto famosa in Svezia che gli adulti bevono proprio durante questa festa. Sicuramente quando si parla di Midsommar, vengono subito in mente le ghirlande di fiori. Io e London ne abbiamo raccolto qualcuno poi, siccome non amo molto recidere i fiori, ho chiesto alla mia amica italiana di aiutarmi a confezionare fiori di carta crespa e insieme abbiamo realizzato queste indicazioni per tutti voi. London è stato di grande aiuto, nel passarci la carta e nel farci da modello per confezionare le ghirlande.
God Midsommar!
Nelly Rapp
domenica 17 giugno 2012
venerdì 15 giugno 2012
Pietro La Balena - Laboratorio di lettura
Era Pietro un pover'uomo
che pescava per campare
che vagava senza sosta
per trovare da mangiare.
Egli aveva una barchetta
regalatagli dal nonno
poco lunga, molto stretta,
per pescare qualche tonno.
Una notte, a luna piena
se ne andava per il mare
quando vide la balena
che lo stava a rimirar...
Pietro La Balena: una bella favola in rima, scritta e illustrata da nonno Giovanni (90enne) che ha studiato parecchio per scoprire com’è fatta una balena! Non ne ha mai vista una dal vivo ma chissà uno di questi giorni… Una favola etologica, ma soprattutto una storia del Sud. Un Sud dove ogni sorprendente novità arriva dal mare... e in cui troppo spesso, a noi che lo abitiamo, accade di non credere al nuovo.
Leggere è scoprire il mondo circostante, arricchendo il nostro piccolo mondo, permettendoci di crescere insieme agli altri.
Grazie, come sempre, a tutti i piccoli lettori che hanno reso questi
incontri davvero speciali. Insieme, abbiamo scoperto come da una storia
possano nascere tante esperienze
interessanti perchè leggere è scoprire il mondo circostante, arricchendo
il nostro piccolo mondo, permettendoci di crescere insieme agli altri.
Ci vediamo a Settembre con le Favole rotonde, alla Casa delle Storie
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