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venerdì 11 novembre 2016

THE BLUNDER FAMILY sbarca in Italia

"Ora... dove ho messo l'arrosto?" si chiede Molly, protagonista di questa entusiasmante storia della serie THE BLUNDER FAMILY. Alla ricerca di un arrosto che di volta in volta si trova in un posto diverso, riposto distrattamente da questa mamma-tutto-fare che per star dietro alle richieste dei suoi bambini, conserva la cena, adesso in frigo, poi nel congelatore, e ancora nel ripostiglio, e in altri posti impensabili!
Una sorta di giallo che potrebbe benissimo intitolarsi "Alla Ricerca dell'Arrosto Perduto!"
Molly, una mamma moderna come tante che non si perde d'animo, che risolve ogni cosa con tenacia e autoironia.
Una storia, questa, prima di una lunga serie (ci auguriamo!) da leggere tutto d'un fiato col sorriso stampato in faccia per i divertenti e inaspettati colpi di scena. Ma poi, che fine farà questo arrosto, questa agognata cena?? Lo scoprirete leggendo la prima avventura della BLUNDER FAMILY, scritta dall'autrice statunitense Candace Amarante (che un po' alla protagonista somiglia...), illustrata e tradotta in lingua italiana da Milena Galeoto che come Molly e Candace fa parte di quella schiera di mamme moderne che si dividono tra lavoro, famiglia, facendo dell'autoironia un rimedio naturale contro lo stress.

Candace e Milena, mamme di due compagne di scuola, le loro adorate bambine, conosciute per caso a Montréal in Canada, in uno dei tanti appuntamenti scolastici e subito diventate amiche affiatate per gli interessi e passioni condivise, una tra tutte, la letteratura per l'infanzia.
Da allora collaborano in un interessante progetto bilingue, di cui questa serie ne è un chiaro esempio, con testo a fronte in lingua inglese e italiana. Un modo piacevole e divertente per agevolare l'apprendimento di una nuova lingua grazie a una traduzione a specchio che ne permette il confronto diretto. Utile non solo per i piccoli lettori ma anche per i beginners che intendono imparare l'inglese o l'italiano, divulgabile per questo a più utenti e paesi.

In Italia, è possibile prenotare una copia presso la Nuova libreria internazionale di Salerno.


domenica 2 novembre 2014

Halloween - notte di streghe, vampiri e dolcezze




di Milena Galeoto

Montréal, 31 Ottobre 2014

L’appuntamento è alle 6 pm (o à 6 heure come si dice da queste parti) a Rue Drolet angolo Rue Rachel Ouest. Qualche ritocco al trucco, categoricamente spaventoso, una borsa robusta che possa contenere tante caramelle e si parte per celebrare la notte di Halloween.
E’ la prima volta che assistiamo da vicino questa festività e ci sorprende come sia parecchio sentita da queste parti, tanto che i preparativi iniziano abbondantemente qualche mese prima.
L’arancio delle molteplici zucche che decorano abitazioni, negozi e strade, si mescola bene alle vaste distese di foglie gialle e rosse, donando alla città il tipico mélange autunnale.
Il bus ci attende e la temperatura inizia a pizzicare il naso, annunciando l’arrivo dei primi freddi. Facciamo un po’ di ripetizioni del rituale “trick or treat” (dolcetto o scherzetto) appreso a scuola, con la raccomandazione di bussare solo alle abitazioni con la luce accesa, dove sono allestite le macabre decorazioni.
Riconosciamo da lontano il gruppo di bambini e genitori che ci aspettano, e già ascoltiamo le urla dei piccoli mostri alla rincorsa del dolce bottino che li attende questa sera.
E’ sorprendente come questo giorno riesca ad animare interi quartieri, come la gente apre le porte di casa, si traveste per l’occasione e fa provviste di dolci da donare ai bambini, perché in fondo è la loro festa, sono loro i protagonisti indiscussi.
Porta dopo porta, salendo le tipiche scale delle abitazioni montrealesi, poste all’esterno per garantire più spazio negli edifici e una distanza di sicurezza dalle strade, ciascun bambino in fila, arrivato alla soglia di ogni porta, apre il suo fagottino per riempirlo di nuove prelibatezze.
I genitori sono pronti alle loro spalle con la cosiddetta busta di sicurezza dove, dopo un po’ di giri, i piccoli avventori versano le caramelle per alleggerirsi del loro carico che in poco tempo raggiunge il chilogrammo. Non solo i privati donano le caramelle ma anche i commercianti, e le botteghe più visitate sono i numerosi Dépenner. Famosi da queste parti, simili un po’ ai nostri negozi alimentari, e letteralmente il loro nome significa riparare, venire in soccorso, nati per agevolare gli acquisti in pieno inverno con il trasporto a domicilio. Ma gli scenari più belli di questa grande ricorrenza sono allestiti nelle Ruelles, le tipiche stradine secondarie dove si affacciano gli interni delle abitazioni, i luoghi dove normalmente si ritrovano i bambini a giocare e che oggi sembrano corridoi vestiti a festa, con le file di luci e fantasmi che si perdono da una palazzina all’altra. Siamo organizzatissimi, è difficile che le nostre piccole creature delle tenebre si perdano con noi, con un genitore posto all’inizio della carovana e un altro in coda, con i loro pollici alzati, pronti quando è tempo di muoversi alla successiva postazione. Siamo una squadra imbattibile, ci nutriamo di zuccheri e nessuno ci ferma, tranne i cartelli con su scritto: “PLUS DE BONBONS – Dèsolè!”. (Photo/M.Galeoto)

Photo: ©Milena Galeoto













domenica 30 giugno 2013

L'estate di Garman - Stain Hole (Donzelli Editore)

E' l'ultimo giorno delle vacanze estive e Garmann, un vivace e biondissimo seienne e lì a guardare fuori dalla sua finestra con lo zaino pronto per il primo giorno di scuola, pieno di paure. Ha trascorso la sua estate attraverso importanti interrogativi, scoprendo che anche i grandi hanno paura.
Le anziane zie, il papà, la mamma svelano ciascuno le proprie ansie e queste vacanze estive segneranno per il piccolo protagonista un percorso di riflessione descritta dall'autore con immagini e parole estremamente poetiche e suggestive.








Stian Hole (1969) vive e lavora in Norvegia. La sua originalissima tecnica in grafica digitale, capace di mescolare la fotografia, il collage e il disegno, dà vita a uno stile inconfondibile, e particolarmente familiare ai bambini di oggi, grandi manipolatori di computer e videogiochi.



sabato 15 giugno 2013

Gli animali e noi

Sabato 15 giugno, alle ore 17.00, presso il castello Dentice di Frasso di Carovigno, l'Ass. "BUON SENSO", in collaborazione con l'Ass. "IO SO' CARMELA", ospiterà la presentazione del nuovo libro per bambini a cura del prof. Daniele Giancane, docente presso l’università di Bari, ed edito da Adda Editore : “Gli animali e noi. Fiabe e racconti sugli animali”.

Il libro, nato grazie alla collaborazione di numerosi autori (Nicola Accettura, Domenico Amato, Enrico Bagnato, Rino Bizzarro, Marco Ignazio de Santis, Maurizio Evangelista, Angela Giannelli, Gianni Antonio Palumbo, Loredana Pietrafesa) e dello stesso Giancane, osserva il complesso rapporto fra uomo e animale con una rinnovata visione della natura, per riscoprire l’alleanza con la vita della creazione.

Modera la serata il poeta Luca Scanferlato

Saranno presenti gli autori: Angela Giannelli e Maurizio Evangelista

l'associazione BUON SENSO darà vita al laboratorio "ti racconto una favola" a cura della pedagoga e traduttrice di libri per bambini, Milena Galeoto. I bambini ascolteranno delle favole che illustreranno a piacimento. Contributo di partecipazione € 5,00 che saranno devoluti all'associazione "IO SO' CARMELA" di Taranto.


 Grafica locandina a cura di Milena Galeoto

Laboratorio "Gli animali ed io"

venerdì 18 gennaio 2013

Gli adulti sono bambini andati a male

I bambini possono essere «guastati» in tanti modi: gli adulti, il sistema, gli apparati hanno escogitato e praticano, spesso senza averne consapevolezza, infinite forme di corruzione, precoci, sottili, insistite, alle quali la pur eroica capacità di resistenza (e resilienza) della vitalità primitiva non riesce a opporsi.
Si pretende dal bambino che faccia ciò che non è in grado di fare, esponendolo a un sicuro insuccesso che assume i connotati del fallimento; oppure sono i modi di essere della scuola (metodi, valori, regole) a sconfiggere l’alunno, dal quale si pretende che sia ciò che non può essere.
Il risultato non cambia: lo studente meno adattato (meno «adatto»), il più bisognoso (di cure, attenzioni, gratificazioni, rassicurazioni) non regge il ritmo della classe, «rimane indietro» rispetto ai compagni che si allontanano e, come l’insegnante, lo allontanano. Seguono l’umiliazione della ripetenza e l’abbandono.
Una denuncia degli aspetti più dannosi dell’istituzione scolastica, un grido di allarme per evitare che gli adulti di domani siano «bambini andati a male oggi».

Un saggio che analizza tutti quegli aspetti dell’istituzione scolastica che influiscono negativamente sugli studenti.
Uno strumento che fornisce tante proposte per approcciarsi con i ragazzi, imparare ad ascoltarli, capirli e creare il giusto legame con loro in modo da facilitarne l’apprendimento.
I bambini possono essere «guastati» in tanti modi: gli adulti, il sistema, gli apparati hanno escogitato e praticano, spesso senza averne consapevolezza, infinite forme di corruzione, precoci, sottili, insistite, alle quali la pur eroica capacità di resistenza (e resilienza) della vitalità primitiva non riesce a opporsi. Si pretende dal bambino che faccia ciò che non è in grado di fare, esponendolo a un sicuro insuccesso che assume i connotati del fallimento; oppure sono i modi di essere della scuola (metodi, valori, regole) a sconfiggere l’alunno, dal quale si pretende che sia ciò che non può essere.
Il risultato non cambia: lo studente meno adattato (meno «adatto»), il più bisognoso (di cure, attenzioni, gratificazioni, rassicurazioni) non regge il ritmo della classe, «rimane indietro» rispetto ai compagni che si allontanano e, come l’insegnante, lo allontanano. Seguono l’umiliazione della ripetenza e l’abbandono. Una denuncia degli aspetti più dannosi dell’istituzione scolastica, un grido di allarme per evitare che gli adulti di domani siano «bambini andati a male oggi».
Hanno collaborato: Mara Durante; Gabriella Falcicchio; Franco Lorenzoni; Sergio Manghi; Susanna Merello; Daniele Novara; Francesco Tonucci; Antonio Vigilante.
MAURIZIO PARODI Nasce il secolo scorso a Pontremoli, Lunigiana, terra di statue, stele, castelli e librai. Entrato nella scuola a sei anni, non ne è più uscito: studente, maestro, dirigente scolastico, ricercatore e infine padre (di uno studente, of course). Vive a Genova dove si occupa di formazione, ricerca, progettazione in ambito socio-pedagogico, non ancora rassegnato all’impermeabilità degli apparati educativi. Ha pubblicato alcuni libri e numerosi articoli su temi pedagogici e didattici. Con Edizioni Sonda ha pubblicato Basta compiti! Non è così che si impara (2012).

domenica 16 dicembre 2012

Infinite GRAZIE...

Insieme all'ambasciatore di Svezia in Italia, Ruth Jacoby : Assosvezia
 Sono molto onorata di aver ricevuto questo riconoscimento e felice di promuovere un paese come la Svezia che mi ha insegnato a chiamare le persone per nome, al di là del genere di appartenenza perché un paese civile, riconosce il valore delle persone, le tutela, le sostiene e in questa dimensione ognuno diventa una risorsa attiva per il proprio paese. La Svezia investe nell'educazione perché si possa esercitare fin da bambini una convivenza civile che ponga come obbiettivo principale: il benessere collettivo. Per queste ragioni ritengo che la Svezia possa essere un valido esempio per il nostro paese e questo premio è per me un incentivo che mi indurrà a fare sempre meglio. Ritorno in Puglia con un bagaglio di sorrisi, abbracci e tanta riconoscenza, quella che gli svedesi riescono ad esprimere con un intenso calore umano, così come il sostegno delle persone che in questi anni mi hanno accompagnato in questo percorso, che hanno creduto alla possibilità di rendere la cultura una strada "comune" fuori da salotti e privilegi, ma un bene prezioso e condivisibile: una risorsa fondamentale per crescere insieme, un impegno civile.
Milena Galeoto

Promotore della Svezia 2012



lunedì 15 ottobre 2012

I bambini imparano ciò che vivono

 http://www.ildireeilfare.it/wp-content/uploads/2011/02/istockphoto_4715950-children.jpg

Se i bambini vivono con le critiche, imparano a condannare
Se i bambini vivono con l'ostilita', imparano a combattere
Se i bambini vivono con la paura, imparano a essere apprensivi
Se i bambini vivono con la pieta', imparano a commiserarsi
Se i bambini vivono con il ridicolo, imparano a essere timidi
Se i bambini vivono con la gelosia, imparano a provare invidia
Se i bambini vivono con la vergogna, imparano a sentirsi colpevoli
Se i bambini vivono con l'incoraggiamento, imparano a essere sicuri di se'
Se i bambini vivono con la tolleranza, imparano a essere pazienti
Se i bambini vivono con la lode, imparano ad apprezzare
Se i bambini vivono con l'accettazione, imparano ad amare
Se i bambini vivono con l'approvazione, imparano a piacersi
Se i bambini vivono con il riconoscimento, imparano che e' bene avere un obiettivo
Se i bambini vivono con la condivisione, imparano a essere generosi
Se i bambini vivono con l'onesta', imparano a essere sinceri
Se i bambini vivono con la correttezza, imparano cos'e' la giustizia
Se i bambini vivono con la gentilezza e la considerazione, imparano il rispetto
Se i bambini vivono con la sicurezza, imparano ad avere fiducia in se' stessi e nel prossimo
Se i bambini vivono con la benevolenza, imparano che il mondo e' un bel posto in cui vivere


lunedì 24 settembre 2012

Più amore meno merendine

Nell'infanzia, a mettere in moto il tuo motorino di avviamento dovrebbero essere i tuoi genitori. Il loro amore equivale alla loro stima. Al riconoscimento del tuo valore e della tua legittimità nell'occupare un posto in questo mondo.
È come dirti: tu sei degno di vivere e il mondo è contento di averti nelle sue fila.
La loro stima mette in moto la stima di te stesso.
È per questo, che è importante dare amore e quindi stima ai propri figli, più che giocattoli e merendine. Per questo, è importante insegnare ai propri figli ad affrontare le difficoltà, invece che evitargliele o risolvergliele.
Perché imparando ad affrontarle e risolverle acquistino stima in se stessi. Per metterli nella condizione di costruire quella stima e quell'amore per se stessi che sarà alla base della loro felicità.
(G.C.Giacobbe)

giovedì 9 agosto 2012

Bilingui e contenti


     
 
 
Catherine de Lange, New Scientist, Gran Bretagna.


Crescere parlando due lingue può influenzare tutto: dalla capacità di risolvere i problemi al carattere. Come se in noi ci fossero due persone diverse

Appena sono nata, mia madre mi ha guardato dal letto dell’ospedale e, senza volerlo, ha influen­zato in modo permanen­te lo sviluppo del mio cervello, migliorando le mie capacità di apprendimento, di gestire più cose contempo­raneamente e di risolvere i problemi. Un domani la mia mente sarà anche meno esposta ai danni dell’età. Che cosa ha fatto? Mi ha parlato in francese. All’epoca mia madre non sapeva di darmi un vantaggio cognitivo. Era francese, e mio padre era inglese, perciò sembrava del tutto logico che io e i miei fratelli imparassimo entrambe le lingue fin da bambini. Nel frattempo, però, studi su studi hanno confermato che il bilinguismo potrebbe avere influenzato profondamente il mio modo di pensare. L’arricchimento cognitivo è solo il primo passo. Molte ricerche dicono che i miei ricordi, i miei valori, perfino la mia personalità cambiano a seconda della lingua che parlo. È come se nel cervello bilingue coabitassero due menti separate, a conferma del ruolo fondamentale del linguaggio nel pensiero umano. “Il bilinguismo è uno straordinario microscopio all’interno del cervello”, osserva la neuroscienziata Laura Ann Petitto della Gallaudet university di Washington Dc. Non sempre però il bilinguismo è stato così apprezzato. Per molti genitori come i miei non è stato facile decidere di educare i figli a parlare due lingue. Almeno fin dal diciannovesimo secolo gli insegnanti pensavano che il bilinguismo confondesse il bambino impedendogli di imparare bene sia l’una che l’altra lingua. Nella migliore delle ipotesi i bambini bilingui erano visti come i proverbiali “esperti di tutto, maestri in niente”. Nella peggiore c’era il sospetto che il bilinguismo potesse compromettere altri aspetti dello sviluppo, abbassando il quoziente intellettivo.

Oggi questi timori sembrano ingiustificati. È vero, i bilingui tendono ad avere un vocabolario leggermente più limitato rispetto ai monolingui, e a volte ci mettono di più a trovare la parola giusta quando devono dare un nome alle cose. Ma uno studio fondamentale realizzato negli anni sessanta da Elizabeth Peal e Wallace Lambert della McGill university di Montréal ha dimostrato che parlare due lingue non ritarda affatto lo sviluppo generale. Anzi, al netto di altri fattori che possono influire sui risultati (come la condizione socioeconomica e l’istruzione) i bilingui facevano registrare risultati migliori dei monolingui in 15 test verbali e non verbali.

Ma queste scoperte sono state largamente ignorate. Lo studio di Peal e Lambert ha alimentato un piccolo filone di ricerca sui vantaggi del bilinguismo, ma quasi tutti i ricercatori e gli insegnanti sono rimasti aggrappati alle vecchie convinzioni. Solo negli ultimi anni il bilinguismo ha ricevuto le attenzioni che merita. “Per trent’anni me ne sono stata al buio nel mio studiolo a fare le mie ricerche e poi, tutto a un tratto, negli ultimi cinque anni si sono spalancate le porte”, dice Ellen Bialystok, psicologa della York university di Toronto. Questo rinnovato interesse è dovuto in parte agli ultimi sviluppi tecnologici in campo neuroscientifico, come la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS), una tecnica di indagine cerebrale non invasiva che con una specie di monitor muto e portatile scruta nel cervello dei bambini mentre sono seduti in grembo ai genitori. Oggi finalmente i ricercatori sono in grado di osservare il cervello dei bambini molto piccoli durante le prime fasi di incontro con il linguaggio.

Grazie a questa tecnica il gruppo di lavoro di Laura Ann Petitto è riuscito a evidenziare le differenze tra i bambini che crescono parlando una sola lingua e quelli che ne imparano da subito due. Secondo una teoria popolare, i bambini nascono “cittadini del mondo” e sono in grado di distinguere i suoni di qualsiasi lingua. Quando compiono un anno, tuttavia, sembrano perdere questa capacità, orientandosi esclusivamente verso i suoni della loro lingua madre.
Questo sembrerebbe riguardare soprattutto i monolingui. Gli studi di Petitto mostrano che invece tra i bambini bilingui alla fine del primo anno si continua a registrare un aumento dell’attività neurale in risposta a fonemi completamente sconosciuti. L’esperienza del bilinguismo, sostiene Petitto, “tiene aperta” la finestra dell’apprendimento delle lingue. Soprattutto, i bambini bilingui raggiungono gli stessi “traguardi” linguistici (per esempio la prima parola) alla stessa età dei bambini monolingui, a riprova del fatto che il bilinguismo stimola e non frena lo sviluppo. Si tratta di un aspetto che, a quanto pare, aiuta le persone come me a imparare altre lingue più avanti negli anni. “È come se il cervello monolingue fosse a dieta, mentre quello bilingue ci fa vedere il tessuto linguistico in tutta la sua pienezza e abbondanza”, spiega Petitto.

Anzi, a mano a mano che gli studiosi approfondiscono le ricerche si scoprono sempre nuovi vantaggi, che si estendono a un ampio spettro di capacità cognitive. Bialystok si è accorta di uno di questi vantaggi quando ha chiesto a un gruppo di bambini di verificare la correttezza grammaticale di alcune frasi. Sia i monolingui i bilingui si sono accorti dell’errore nella frase apples growed on trees (le mele crescevano sugli alberi, ma il passato del verbo to grow è grew). Quando però si sono trovati davanti a frasi senza senso come apples grow on noses (le mele crescono sui nasi) sono emerse le differenze: i monolingui, disorientati dalla stupidità della frase, hanno sbagliato e segnalato un errore, mentre i bilingui hanno risposto correttamente.

Secondo Bialystok, più che riflettere le competenze grammaticali i risultati sono la spia di un maggiore sviluppo di quello che viene chiamato il “sistema esecutivo” del cervello, un insieme di abilità mentali che ruota attorno alla capacità di filtrare le informazioni non rilevanti e di concentrarsi sull’obiettivo immediato. In questo caso, i bambini bilingui sono stati più capaci di concentrarsi sulla grammatica ignorando il significato delle parole. L’ipotesi ha trovato conferma in una serie di test mirati a verificare direttamente questo aspetto. Un’altra abilità esecutiva consiste nella capacità di passare da un compito a un altro senza confondersi, e anche in tal caso i bambini bilingui sono più pronti. Quando devono catalogare degli oggetti, per esempio, riescono a saltare dalle forme ai colori senza commettere errori.

Queste abilità sono cruciali per tutte le nostre attività, dalla lettura ai calcoli matematici fino alla guida. Chi riesce a migliorarli, quindi, acquista una maggiore flessibilità mentale. Ecco perché le persone bilingui avevano superato brillantemente il test di Peal e Lambert, spiega Bialystok. Sembra addirittura che le virtù del bilinguismo si estendano alle nostre capacità di relazione. Paula Rubio-Fernández e Sam Glucksberg, psicologi della Princeton university, hanno scoperto che i bilingui sono più bravi a calarsi nei panni degli altri e a capire le loro ragioni, perché riescono più facilmente a mettere da parte ciò che già sanno e a concentrarsi sul punto di vista altrui.

Ginnastica mentale

Perché parlare due lingue rende il cervello così flessibile e concentrato? Una risposta arriva dal gruppo di lavoro di Viorica Marian della Northwestern university di Evanston, Illinois, che ha usato degli strumenti di tracciamento oculare per seguire lo sguardo di un gruppo di volontari impegnati in varie attività. Nel corso di un esperimento, Marian ha messo una serie di oggetti davanti a un gruppo di bilingui anglorussi dando a ciascuno di loro alcune istruzioni, per esempio “prendi il pennarello”. Il trucco è che nelle due lingue i nomi di alcuni oggetti hanno lo stesso suono ma significati diversi. In russo il termine per dire “francobollo” ha lo stesso suono di marker, cioè “pennarello” in inglese. Anche se i volontari non hanno mai frainteso le domande, il tracciamento oculare ha evidenziato che l’occhio si posa fugacemente sull’oggetto alternativo prima di scegliere quello giusto. Questo gesto quasi impercettibile rivela un particolare importante sul funzionamento del cervello bilingue: le due lingue si contendono continuamente l’attenzione nel nostro inconscio. Ogni volta che un bilingue parla, scrive o ascolta la radio, il suo cervello si sforza di scegliere la parola giusta inibendo il termine equivalente nell’altra lingua. Si tratta di una notevole dimostrazione di controllo esecutivo: non a caso è lo stesso esercizio cognitivo che viene usato in molti corsi di brain-training commerciali, in cui spesso si insegna a ignorare le informazioni irrilevanti mentre si affronta un problema.

La scienza non ci ha messo molto a chiedersi se questa ginnastica mentale possa aiutare il cervello a resistere ai colpi dell’invecchiamento. In fondo, è ampiamente dimostrato che altre forme di esercizi per il cervello creano una “riserva cognitiva”, una specie di cuscinetto mentale che protegge la mente dal declino senile. Per scoprirlo, il gruppo di lavoro di Bialystok ha raccolto i dati di 184 pazienti affetti da demenza, metà dei quali erano bilingui. I risultati, pubblicati nel 2007, sono sorprendenti: nei soggetti bilingui i sintomi compaiono con quattro anni di ritardo rispetto ai monolingui. A distanza di tre anni l’esperimento è stato ripetuto su altre 200 persone affette da un principio di Alzheimer. Ancora una volta è stata riscontrata una discrepanza di cinque anni nella comparsa dei sintomi nei pazienti bilingui. I risultati si confermano anche tenendo conto di fattori come la professione o l’istruzione. “Sono stata la prima a sorprendermi degli effetti”, confessa Bialystok.

Due canali mentali

Oltre a dare ai bilingui un vantaggio mentale, parlare una seconda lingua può influenzare profondamente il comportamento. I neuroscienziati e gli psicologi stanno cominciando ad accettare che il linguaggio è legato a doppio filo con il pensiero e il ragionamento, e qualcuno si domanda se le persone bilingui si comportino in modo diverso a seconda della lingua che parlano. Per la mia esperienza personale direi senz’altro di sì: spesso mi dicono che quando parlo inglese sembro diversa rispetto a quando parlo francese. Questi aspetti, ovviamente, sono difficili da distinguere, perché non è facile separare le proprie diverse anime. Negli anni sessanta, Susan Ervin-Tripp, oggi all’università della California a Berkeley, trovò un sistema oggettivo per studiare il problema quando domandò a un gruppo di bilingui anglonipponici di completare una serie di frasi incompiute in due diverse sessioni, prima in una lingua, poi nell’altra. Scoprì che i volontari concludevano sistematicamente le frasi in modo diverso a seconda della lingua. Per esempio, data la frase “I veri amici dovrebbero…”, chi rispondeva in giapponese scriveva “…aiutarsi a vicenda”; poi però in inglese sceglieva “…essere molto franchi”. In generale, le risposte sembravano riflettere quelle date dai monolingui nell’una e nell’altra lingua. I risultati portarono Ervin-Tripp alla conclusione che i bilingui usano due canali mentali, uno per ciascuna lingua, come se avessero due teste diverse.

Questa teoria sembra trovare conferma in una serie di studi più recenti. Il gruppo di lavoro di David Luna al Baruch college di New York ha chiesto recentemente a un gruppo di volontari angloispanici di guardare degli spot televisivi incentrati sulle donne (prima in una lingua e poi, sei mesi dopo, nell’altra) e di dare un giudizio sulla loro personalità. Quando gli spot erano in spagnolo i volontari tendevano a descrivere le donne come indipendenti ed estroverse; quando invece erano in inglese le stesse donne venivano descritte come stupide e dipendenti. In un altro studio si vede come i bilingui greco-inglesi tendano a reagire in modo diversissimo alla stessa vicenda a seconda della lingua in cui viene raccontata: in un caso si definiscono “indifferenti” a un personaggio, nell’altro invece si dicono “preoccupati” per quello che potrà succedergli.

Una spiegazione è che ciascuna lingua porta alla mente i valori culturali che abbiamo assimilato mentre la imparavamo, sostiene Nairàn Ramirez-Esparza, psicologa della Università di Washington a Seattle. Recentemente la studiosa ha chiesto a un gruppo di messicani bilingui di descrivere la loro personalità in due diversi questionari, uno in inglese e l’altro in spagnolo. La modestia è più apprezzata in Messico che negli Stati Uniti, dove la qualità considerata migliore è l’assertività, e prevedibilmente la lingua in cui è formulato il questionario evidenzia queste differenze. Quando rispondevano in spagnolo i volontari si descrivevano come più umili rispetto a quando il questionario era scritto in inglese. Alcuni di questi “salti” comportamentali potrebbero essere intimamente legati al ruolo del linguaggio come impalcatura che sostiene e struttura i nostri ricordi.
Molti studi dimostrano che è più facile ricordare un oggetto quando se ne conosce il nome, il che spiega forse perché i ricordi della prima infanzia sono così sporadici. Sembra addirittura che la grammatica di una lingua sia in grado di influenzare la memoria. Lera Boroditsky dell’università di Stanford, in California, ha scoperto che i madrelingua spagnoli hanno più difficoltà a ricordare chi ha provocato un incidente rispetto ai madrelingua inglesi, forse perché tendono a usare frasi impersonali come Se rompió el florero (si è rotto il vaso) che non specificano l’agente dell’evento.

I risultati sembrano indicare che i ricordi delle persone bilingui cambiano a seconda della lingua. In un esperimento semplice ma intelligente, Marian e Margarita Kaushanskaya, all’epoca alla Northwestern university, hanno rivolto una serie di domande di cultura generale a un gruppo di bilingui anglocinesi, prima in una lingua e poi nell’altra. Per esempio, hanno chiesto di nominare “una statua di una persona con il braccio alzato che guarda lontano”. Ebbene, quando la domanda era formulata in inglese i volontari tendevano a rispondere la statua della Libertà; quando invece era in mandarino rispondevano la statua di Mao. Lo stesso succede quando i bilingui richiamano alla memoria ricordi personali e autobiografici.

Nonostante gli ultimi progressi, è probabile che i ricercatori abbiano scoperto solo la punta dell’iceberg sugli impatti del bilinguismo, e ci sono ancora molte domande senza risposta. La principale è se i monolingui possono avere gli stessi vantaggi. In tal caso, quale miglior incentivo a promuovere l’insegnamento delle lingue nelle scuole, che sta diminuendo sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti?

Molto si è detto sulle difficoltà di imparare un’altra lingua quando si è in là con gli anni, ma per ora è dimostrato che gli sforzi pagano. “Si può imparare un’altra lingua a qualsiasi età, con vantaggi evidenti per il sistema cognitivo”, dice Marian. Bialystok conferma che chi impara una lingua in tarda età ottiene dei benefici, anche se meno pronunciati rispetto ai bilingui. “Imparate un’altra lingua a qualsiasi età”, dice. “È questa la fonte della riserva cognitiva”. Per come stanno le cose, sono contenta di essermi lasciata alle spalle questa sfida. Mia madre non poteva immaginare fino a che punto le sue parole avrebbero influenzato il mio cervello e la mia visione del mondo, ma sono sicura che ne è valsa la pena. E per questo non mi resta che dirle merci!

Pubblicato su Internazionale n°957 13-19 luglio 2012

venerdì 15 giugno 2012

Pietro La Balena - Laboratorio di lettura


Era Pietro un pover'uomo
che pescava per campare
che vagava senza sosta
per trovare da mangiare.
Egli aveva una barchetta
regalatagli dal nonno
poco lunga, molto stretta,
per pescare qualche tonno.
Una notte, a luna piena
se ne andava per il mare
quando vide la balena
che lo stava a rimirar...
Pietro La Balena: una bella favola in rima, scritta e illustrata da nonno Giovanni (90enne) che ha studiato parecchio per scoprire com’è fatta una balena! Non ne ha mai vista una dal vivo ma chissà uno di questi giorni… Una favola etologica, ma soprattutto una storia del Sud. Un Sud dove ogni sorprendente novità arriva dal mare... e in cui troppo spesso, a noi che lo abitiamo, accade di non credere al nuovo.

Leggere è scoprire il mondo circostante, arricchendo il nostro piccolo mondo, permettendoci di crescere insieme agli altri.

Grazie, come sempre, a tutti i piccoli lettori che hanno reso questi incontri davvero speciali. Insieme, abbiamo scoperto come da una storia possano nascere tante esperienze interessanti perchè leggere è scoprire il mondo circostante, arricchendo il nostro piccolo mondo, permettendoci di crescere insieme agli altri.
Ci vediamo a Settembre con le Favole rotonde, alla Casa delle Storie 

venerdì 25 maggio 2012

Laboratorio creativo: "il mio libro"


Ogni bambino realizza il suo libro personalizzato, un modo per comprendere insieme il valore del libro e del mondo della lettura.



Linee guida per realizzare il vostro libro personalizzato in classe o a casa insieme ai vostri amici